'Le siège de Corinthe', la prima opera di Rossini in Francia debutta al Rof
Direttore Rizzi: "Bellissima e importante". Tenore Mironov: "Nel canto cerco la verità"
(di Federica Acqua) "Le siège de Corinthe è un'opera importante perché è la prima che Rossini scrisse per la Francia e per Parigi, capitale culturale all'epoca (1826) dell'intera Europa, ed oltre tutto è bellissima". A sottolinearlo, in un'intervista all'ANSA, è il maestro Carlo Rizzi, che l'11 agosto all'Auditorium Scavolini di Pesaro la dirigerà sul podio dell'Orchestra del Comunale di Bologna in una nuova produzione che inaugura il 47/o Rossini Opera Festival. E c'è da credergli, perché questo è il suo 120/o titolo, avendo diretto praticamente di tutto. Inoltre si tratta di una grand opéra, composizione che, godendo di ingenti finanziamenti erogati in genere da famiglie regnanti, si distingueva per la sua spettacolarità e la presenza d'imponenti masse artistiche, assieme a quella di sontuosi balletti. Commissionata a Rossini da l'Académie Royale de musique, fu da quest'ultimo realizzata operando un rifacimento in lingua francese del Maometto II, presentato sei anni prima a Napoli, con l'aggiunta di altre parti scritte ex novo o rielaborate da precedenti composizioni. Il tutto elevando a tragedia collettiva il dramma intimo della protagonista Pamyra, divisa tra l'amore per il sultano Mahomet II, che assedia Corinto e minaccia di sprofondare la Grecia in un bagno di sangue, e il dovere verso la sua patria. Infatti proprio in quel periodo era in atto la Guerra d'indipendenza greca con la caduta di Missolungi (22 aprile 1826) ad opera delle truppe ottomane, che scosse l'opinione pubblica europea, provocando a Parigi un generale movimento filellenico, accompagnato anche da sottoscrizioni pubbliche. "Nel dirigere i cantanti - rivela Rizzi - ho curato molto l'uso drammatico dei recitativi per spiegare le situazioni e portare avanti l'azione, in particolare tra i tre protagonisti principali. Inoltre mi sono concentrato sull'esecuzione dei cori: quello greco e quello musulmano che cantano insieme, ma anche separatamente, cui va aggiunto il coro delle donne che si approcciano in modo diverso a Pamyra a seconda delle situazioni. Il suo personaggio però è sicuramente il più interessante, sia dal punto di vista musicale che psicologico". "Infatti - aggiunge - mentre gli altri hanno una connotazione precisa, appartenendo o al mondo greco o a quello ottomano, lei vive un conflitto interiore devastante. È figlia di Cléomène, capo dei Corinzi, e da lui promessa al guerriero greco Néoclès, ma ama il sultano. Il suo canto perciò alterna momenti di struggente preghiera a pirotecnici e tormentati picchi vocali, in un'opera nel complesso difficilissima da cantare per tutti, perché piena di contrasti". Lo sa bene il tenore russo Maxim Mironov, che interpreta Néoclès. "È una bella sfida - confessa - perché comporta un range vocale molto esteso che va dall'essere dolce a diventare duro e sprezzante. Una parte così non mi era mai capitata. Per fortuna il regista Davide Livermore ha le idee chiarissime per quanto riguarda la costruzione dei personaggi. Il mio è un eroe romantico che sa benissimo che Pamyra non l'amerà mai, ma nonostante ciò rincorre l'estremo sacrificio. Una sorta di Achille, insomma, malato di protagonismo e accecato dal suo stesso eroismo. Per interpretarlo - conclude - ho cercato la verità nella musica, perché è da lì che nasce il sentimento. Basta saper decifrare gli accordi e tutto si trasforma in emozione. Quell'emozione collettiva per la quale vale la pena di andare a teatro".
Y.Kraus--SbgTB
